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Partenopeismi

Napoli, il paradosso si chiama inerzia

A Napoli in molti hanno già tirato i remi in barca. Sempre a Napoli, in molti hanno dimenticato che se domani si batte il Chievo Verona si torna a meno quattro dalla capolista.

A sette giornate dalla fine del campionato la matematica è tutta schierata dalla parte dei partenopei e forse, anzi sicuramente, una situazione di classifica così positiva al Napoli non capitava da anni.

Allora perché l’umore dei napoletani ha il sapore della resa?

E’ tutta colpa di un vocabolo: inerzia. Se il Napoli avesse galleggiato a metà classifica per metà campionato per poi inanellare una serie interminabile di risultati positivi fino ad arrivare a quattro lunghezze dalla Juventus, avremmo dovuto faticare per trattenere l’entusiasmo.

Questo vuol dire una cosa semplice e chiara: il Napoli non deve farsi condizionare da nulla e non mollare di un centimetro, perché l’unica cosa che conta è la matematica. E quella, ad oggi, non lo condanna affatto.

Tra l’altro, la storia non è priva di epiloghi sorprendenti e per nulla pronosticabili. Uno di essi, ci riguarda molto da vicino:

10 aprile 1988, cinque giornate alla fine del campionato, il Napoli era primo in classifica con quattro punti di vantaggio sul Milan, che non aveva saputo approfittare appieno di alcuni tentennamenti della capolista nei due mesi precedenti. Ma i rossoneri, a partire dalla settimana successiva, inanellarono tre successi che si rivelano decisivi: il 17 aprile vinsero a Roma, mentre gli azzurri perdevano Torino di fronte alla Juventus. il 24 fecero loro il derby meneghino mentre i rivali pareggiavano a Verona. Infine, nello scontro diretto al San Paolo del 1 maggio, si imposero per 3-2 grazie alla doppietta di Virdis e a un gol di van Basten.

La rimonta subìta portò il Napoli allo sbando: la squadra partenopea, che aveva perso solo due partite nelle prime 25 giornate, cadde quattro volte negli ultimi cinque turni e ottenne solo un punto sui 10 disponibili. All’ultima giornata al Milan bastò un pareggio a Como, il 15 maggio, per festeggiare uno scudetto che mancava da nove difficili anni e che sarebbe rimasto l’unico dell’era-Sacchi.

Una rimonta clamorosa, forse irripetibile, ma al Napoli stavolta ne basterebbe una meno roboante.

La Juventus continua a vincere in Italia, ma non sembra essere imbattibile. Il Benevento oggi ne ha fatti addirittura due. Il Benevento, non il Real Madrid. Il logorio mentale e muscolare si è posato sulle zebre, lo si percepisce, lo si intravede. La batosta di Champions ha lasciato scorie negative ma anche la remota speranza che quello rimediato contro i blancos possa essere un risultato recuperabile (Per questo Higuain in panca oggi?).

Il campionato è ancora lungo, le insidie ancora tante, la lotta Champions ancora apertissima, non esiste un solo motivo per smettere di credere che il Napoli possa farcela.

E per riuscire nell’impresa gli uomini di Sarri devono andare a vincere sul campo dell’avversario, proprio come fece il Milan di Arrigo Sacchi il 1 maggio del 1988. Un Milan spavaldo – quello – guidato da un signore che consegno tra le mani dei giornalisti con un giorno di anticipo la formazione titolare ed una dichiarazione: “Potrei anche non andare al San Paolo, tanto la mia squadra gioca a memoria”.

Non è forse una dichiarazione che trent’anni dopo il solo Maurizio Sarri si potrebbe permettere di rilasciare?

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Guido Gaglione è docente di arte e immagine, operatore di ripresa e giornalista pubblicista dal 2015.
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