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E’ vero il Napoli non vuole vincere. Vuole vincere sempre…

E’ vero il Napoli non vuole vincere. Vuole vincere sempre…

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I club di calcio si giudicano in base ai risultati ottenuti sul campo, a seconda degli obiettivi che le potenzialità e la dimensione del club impongono. Quando parliamo di “risultati”, non ci riferiamo ai titoli, perché per vincere un campionato o una coppa europea, entrano in gioco tanti fattori e troppe variabili ed alla fine vince uno solo.

Incuriosisce tanto leggere una graduatoria sul Ranking Uefa pubblicata qualche giorno fa da alcuni siti di informazione calcistica: il Napoli nell’ultimo decennio, tra i club italiani, è quello ha fatto il balzo più importante di tutti nel Ranking, salendo dal 113° al 17° posto, un risultato clamoroso.

 

Dal 2008 ad oggi, praticamente dal suo ritorno in massima serie, il Napoli in dieci anni ha scalato in maniera quasi prepotente le graduatorie fino ad arrivare ad essere stabilmente tra i primi 20 club d’Europa, per risultati sportivi.

Questo è un dato inequivocabile, con tanto di timbro UEFA, dal quale non si può non partire per avventurarsi in una analisi lucida sulla prospettiva del club di Aurelio De Laurentiis.

Nell’ultimo quinquennio, sulla panchina azzurra, si sono avvicendati tre allenatori: Benitez, Sarri ed ora è arrivato Ancelotti. Dall’approdo di Rafa ad oggi, il Napoli ha acquisito una dimensione finalmente europea, riappropriandosi del rango continentale che aveva smarrito dopo l’epopea maradoniana di fine anni Ottanta.

A ben guardare, dopo il biennio di Benitez, De Laurentiis aveva pensato ad Unai Emery, il demiurgo del Siviglia delle meraviglie (poi finito al PSG), non riuscendo ad ingolosirlo in chiave Napoli. La linea tratteggiata, almeno nelle intenzioni, era evidentemente quella di “sprovincializzare” il Napoli, a cominciare dal campo, di cucirgli addosso un abito europeo.

La fulminazione per Sarri, poi, portò il proprietario del club a deviare verso un profilo diverso sia dal predecessore che dal target prescelto per continuare quel percorso: italiano della “provincia” calcistica e senza i galloni del top-coach, ruspante e casereccio nei modi ma con una filosofia di calcio avvincente ed affascinante.

A ben guardare Maurizio Sarri è stato l’elemento di discontinuità, il felice e fortunato “contrattempo”, nell’idea presidenziale di “europeizzazione” del Napoli, che avrebbe trovato, di certo, piena soddisfazione e sublime coerenza nella timeline Benitez-Emery-Ancelotti.

Sarri, però, è stato il “trailer” perfetto per il disegno di De Laurentiis, perché la sua idea di calcio, la traduzione calcistica di una vera e propria forma d’arte, apologia dello spettacolo ed autentica celebrazione della Bellezza, ha proiettato il Napoli stabilmente nella vetrina del calcio mondiale.

 

Nel calcio per farti conoscere hai due strade: o vinci oppure rubi la scena con lo spettacolo. In un modo e nell’altro, però, ottieni la ribalta. Con Sarri, il Napoli ha scelto la strada obbligata, non avendo i mezzi per poter vincere subito.

L’ultima stagione, tuttavia, vissuta sull’onda del sogno di regalare dopo quasi trent’anni alla città il titolo italiano, è stata macchiata dal deludente rendimento in campo internazionale. La fine del rapporto tra Sarri ed il Napoli nasce anche da questo dato incontestabile. Per il club di De Laurentiis il palcoscenico europeo è, a rigor di logica, una “necessità”, l’ Ἀνάγκη della tradizione greca, un “destino” ineludibile ed unica strada percorribile di crescita.

La scelta di Ancelotti si cala appieno, con forza e coerenza, nella attuale fase di crescita del progetto azzurro, impostato dapprima sul ritorno nel calcio che conta (2006/07), successivamente sul consolidamento tecnico a livelli medio-alti entro i confini nazionali (2007-2011), poi sulla presenza fissa (o quasi) nella massima vetrina internazionale, la Champions League (2012-2018).

Ancelotti dovrà traghettare la quarta fase: quella che, nelle intenzioni e speranze, dovrà condurre il Napoli stabilmente tra le top 10 del continente, consolidandone la posizione sia in Italia che in Europa. Perché ciò avvenga è fondamentale che il Napoli rimanga il più possibile sul proscenio continentale, tentando di arrivare sempre più in fondo nella competizione europea.

Quando si dice che al club azzurro non interessa vincere, ma soltanto stare stabilmente in Europa, si racconta una verità parziale, ma si commette un grossolano errore di impostazione e prospettiva. Per vincere, un club con le potenzialità finanziarie e nel momento storico del Napoli, deve sperare in annate “particolari” ovvero in una sostanziale ingerenza del fattore “casualità”. E’ anche vero che lentamente, ma con una curva in graduale e costante ascesa, il Napoli sta crescendo, migliorando di anno in anno il fatturato e quindi anche la propria capacità di spesa e di investimento.

In questa fase evolutiva del club, per migliorare il fatturato, il Napoli ha estremo bisogno di consolidare l’appeal del proprio brand, ma per farlo deve rimanere il più possibile a contatto con la scena internazionale: in altre parole non può snobbare le Coppe.

In Cina e in Canada, a Singapore ed in Brasile, i potenziali fan azzurri si “conquistano” con le partite internazionali, quelle di Champions League, per capirci. Il Napoli, quindi, deve continuare ad investire e tanto per costruire squadre competitive per rimanere a buoni livelli in Europa (anche continuando con la politica del Player-Trading), ma allo stesso tempo non può permettersi di perdere di vista il trend di crescita finanziaria (cura maniacale dei bilanci, Fair Play e solvibilità economica).

Il club azzurro sta dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, per usare una metafora piuttosto espressiva: un occhio alla squadra,  nel tentativo di innalzare il tasso tecnico della rosa di anno in anno, l’altro alla scrivania ed ai conti, per aumentare la liquidità in cassa, consolidare la “spendibilità” con gli Istituti bancari ed investire sull’internazionalizzazione del brand, attraverso iniziative di marketing e la ricerca di nuovi mercati.

In conclusione, Ancelotti avrà in questo triennio l’obiettivo di continuare l’ Up-trend dell’ultimo quinquennio, cercando di garantire al Napoli una dimensione da Champions, condizione imprescindibile per accelerare il processo di crescita, ma al tempo stesso innalzando il livello e l’asticella sulle ambizioni di campo, facendo leva anche sull’appeal che il nome del coach porta con sè.

In quest’ottica non è escluso che possa scapparci anche qualche titolo, certamente. Del resto già nella passata stagione con un pò di fortuna in più e qualche errore in meno, si sarebbe potuto festeggiare. Deve essere chiaro, però, che il Napoli non è in condizione di programmare le vittorie o almeno non ancora.

Solo la Juventus in Italia, in riferimento alla Serie A, può pianificare lo Scudetto e “fallire”, nel caso di non raggiungimento dell’obiettivo. Questa prerogativa non appartiene, certamente, al Napoli. Nemmeno a quello di Carlo Ancelotti.

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