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Partenopeismi

#MyDimaro 2 – Burbero, buono e aziendalista

Non gli ho tolto gli occhi di dosso per un solo attimo, era troppa la voglia di svestirlo delle etichette appiccicategli addosso da mezzo mondo per trarne una conclusione tutta mia.

Appare sul palco del Teatro Comunale di Dimaro con qualche minuto di anticipo e si accomoda accanto al Presidente De Laurentiis.

Carlo Ancelotti è lì, a due metri da me. Attende le domande dalla platea con la flemmatica tranquillità che lo contraddistingue. La sua è una maschera impenetrabile. Durante l’ascolto delle domande non accenna nessuna reazione, non lascia trapelare il suo pensiero.

Poi parla, e lo si capisce eccome. Nessuna strategia comunicativa, la sua forza sono la bontà e la semplicità. Poche parole ma chiare e dirette, senza fronzoli. Ne viene fuori il ritratto di un uomo apparentemente burbero e scostante, aggettivi che si sgretolano al minuto cinquantuno della conferenza, allorquando si definisce

“Uomo contento di rendere felici gli altri. Ma anche allenatore che apprezza come prima dote nei suoi calciatori l’altruismo”.

Dunque, si alla tattica, si agli schemi, si alla serietà degli allenamenti, ma Carlo Ancelotti questa mattina si è spogliato davvero ed ha mostrato il suo credo: la squadra come una famiglia: regole, dialogo e tanto amore.

“Ho rifiutato la Nazionale perché amo la quotidianità del mio lavoro: stare sul campo e parlare tanto con tutti i miei calciatori”.

Tutti. Dal più blasonato all’ultimo arrivato. Proprio come deve fare un buon capofamiglia.

Abbiamo parlato di maschera, ebbene, quest’ultima, sul volto di Carlo Ancelotti, ha saputo anche sciogliersi:

quando prende parola il Presidente lui gli dedica tutta l’attenzione possibile. Il suo sguardo è attento, compiaciuto, anche divertito. Dai suoi occhi trapela ammirazione, apprezzamento, simpatia. A qualche battuta colorita di ADL Carletto si lascia addirittura andare ad una risata appena accennata.

Tra i due c’è feeling, per il momento. E come in tutti gli incontri destinati, anche il loro è diventato amore. Il Presidente cercava un top per rilanciare il suo club a livello internazionale, il tecnico una squadra italiana di alto livello che gli affidasse la panchina. Il resto lo ha fatto la voglia di entrambi di ben figurare in Europa e la buona considerazione della rosa da parte di Ancelotti.

Adesso la parola passa al campo. Su quel terreno di gioco che non sarà calpestato dagli scarpini dei vari Cavani, Benzema o Di Maria, ma da quelli di una squadra giovane ma forte.

Quella di Napoli per Ancelotti non sarà una sfida, c’ha tenuto a definirla un’esperienza. Un vocabolo che non preclude nulla, ma che stempera le tensioni dell’aspettativa eccessiva.

Forse, anche questo vuol dire essere grandi.

 

About author

Guido Gaglione è docente di arte e immagine, operatore di ripresa e giornalista pubblicista dal 2015.
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