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Vincere oltre il sarrismo

Vincere oltre il sarrismo

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Nelle scorse settimane ci siamo occupati, sotto molteplici aspetti, della nascita e dello sviluppo della creatura plasmata dalla panchina da Carlo Ancelotti. Il punto di partenza è stato il camaleontismo, da cui deriva il cambio di pelle della squadra. Infine, contro il Torino, si è avuta chiara e netta la percezione che qualcosa fosse finalmente venuto alla luce.

Contro il Liverpool il collettivo è salito al livello superiore, togliendosi dal collo per la prima volta in una partita di alto profilo il cartello di “collettivo sarrista”.

Ancelotti si presenta per le consuete interivste post gara con la solita aria sorniona, il sopracciglio sinistro impennato, un mezzo sorriso a malcelare la soddisfazione per aver vinto, in modo assolutamente convincente, contro coloro che appena qualche mese fa contendevano al Real Madrid lo scettro di campione d’Europa.

E’ già importante poter sfoggiare un allenatore come Ancelotti quando nel parterre della pay tv esclusivista della trasmissione delle partite di Champions campeggia gente come Fabio Capello, Andrea Pirlo e Billy Costacurta, a vario titolo legati alla storia dell’Ancelotti calciatore e allenatore. Ma andiamo oltre.

Ai complimenti ricevuti per il capolavoro messo in scena al San Paolo, al cospetto di uno sbigottito Jurgen Klopp, Ancelotti risponde ghignante che “sì, è meglio segnare al 90’, così soffri per meno tempo” e che, udite udite, “a volte rimprovero i miei ragazzi perchè sono troppo timorosi”.

PERCHE TIMOROSI?

A sentire il tecnico azzurro, ribadendo che la rosa è omogeneamente di ottimo livello, pare che i suoi talvolta non facciano tutto il dovuto per palesare le loro qualità, che quindi restano nascoste o solo accennate. I grandi giocatori osano, scommettono su una giocata che, in caso di riuscita, può risolvere una partita intera. Ma forse c’è dell’altro.

A colpi di arcata sopracciliare Ancelotti sta pian piano demolendo il concetto di sarrismo, fresco di ufficializzazione alla Treccani, sostituendolo con la sua idea di calcio. Il nucleo di questo ragionamento sta nel fatto che se prima per vincere un qualsivoglia incontro era fondamentale applicare un metodo, adesso la partita si porta a casa se viene letta correttamente.

La domanda fondamentale cui rispondere per comprendere quale sia il punto di rottura nel cambio in panchina è la seguente: come avrebbe affrontato il Liverpool la squadra di Sarri e come lo ha fatto quella di Ancelotti?

Alla prima parte di quesito è facile rispondere, basta andare a rivedere le partite di Champions dello scorso anno contro Manchester City, Shakhtar Donetsk e Feyenoord, ma anche di campionato in opposizione a Chievo, Sassuolo, Benevento e Crotone. Tutto uguale, nella formazione iniziale, nei cambi e nelle idee.

E ANCELOTTI?

Ha vinto applicando un concetto banalissimo: per sua stessa ammissione ha visionato alcune partite del Liverpool ed ha capito che Mane e Salah non vanno affrontati come Berenguer e Aina, con tutto il rispetto per questi ultimi. Quindi ha spostato Maksimovic in marcatura “alla Bruscolotti” sul profondo out di destra ed ha dato a Mario Rui licenza di offendere a tutta fascia. Risultato, a parte quello del campo: si difende in sei, compresi i superlativi Allan e Callejon, e si attacca in sei, sfruttando il doppio ruolo dello stesso numero sette spagnolo e del terzino portoghese.In questa fase della stagione, Carletto sta lavorando sulla testa dei suoi calciatori affinchè si convincano che si può vincere facendo a meno del sarrismo. Nella precedente gestione i giocatori si sentivano forti, ma al tempo stesso imprigionati nell’idea che fosse il metodo a determinare le loro prestazioni.

Ancelotti li sta mandando in direzione contraria: si vince basandosi sulle proprie capacità. I calciatori, col passare del tempo, sviluppando questo concetto acquisiranno anche la consapevolezza che senza le singole individualità la grande bellezza voluta da Sarri non avrebbe mai trovato la sua piena rappresentazione.

Ciò in ottica di psicologia di squadra è fondamentale. E non è un caso che, nella loro estrema diversità, le prime partite di questa stagione obbediscano al comune denominatore della crescita comune. In principio furono vittorie brutte, poi passaggi a vuoto ma con sprazzi di ottimo calcio. Contro il Liverpool si parla diffusamente di vittoria bella e importante.

Il binario che ha in testa Ancelotti è già tracciato, ora sta agli interpreti in campo iniziare a correre come un treno, senza più voltarsi indietro o pensare al passato. Contano gli uomini, il metodo non esiste.

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Paolo Esposito
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