La curva ascendente del mercato del Napoli da Gargano a Fabian

La curva ascendente del mercato del Napoli da Gargano a Fabian

10 minuti

Il Napoli, dal suo ritorno in Serie A ad oggi, è sempre cresciuto, per risultati in campo e numeri relativi a costi e ricavi. L’evoluzione dei risultati si è accompagnata, inevitabilmente, ad una crescita progressiva del fatturato, basti pensare che nel 2007/08 (stagione del ritorno in A del club) il Napoli aveva un “giro affari” di circa 90 milioni di euro. Oggi il fatturato del Napoli supera i 200 milioni, quindi in un decennio si è più che raddoppiato e parallelamente il monte ingaggi, la voce più significativa dei costi “strutturali” di una società di calcio, si e’ quadruplicato, passando dai 27 milioni della stagione del ritorno in Serie A agli attuali 110.

Il salary cap del 2007/08 per singolo calciatore era di 1,2 mln di euro, ovvero lo stipendio di Zalayeta e Blasi che erano i calciatori più pagati. Oggi il Napoli elargisce emolumenti da top club: quasi 6 milioni di ingaggio a Koulibaly, 4,5 a Insigne, 4,2 a Mertens ed Hamsik, 2,8 a Callejon e via a scendere.

E’ chiaro ed evidente che il club sia cresciuto a dismisura, passando dall’Intertoto (salutato con soddisfazione al primo campionato in massima serie) alla Champions League come approdo fisso, obiettivo sportivo ormai consolidato da anni. E’ altrettanto evidente che il valore del parco calciatori, asset principale del club, sia aumentato di anno in anno, segno che la strategia attuata dal Napoli negli anni ha prodotto i suoi frutti, con risultati contabili  cresciuti di pari passo a quelli del campo.

Anche sul mercato il Napoli ha alzato l’asticella, pur mantenendo invariata la strategia complessiva e l’impianto “ideologico” del proprio “modus operandi”. E’ evidente che il target dei calciatori cercati, col tempo, sia notevolmente cambiato ed il livello dei profili ingaggiati si sia notevolmente alzato.

Dal Napoli di Mazzarri al Napoli di Benitez

Il punto di svolta del nuovo corso, il primo switch del club si è materializzato nel passaggio dall’era Mazzarri all’era Benitez. L’ultima stagione di Walter Mazzarri, quella conclusa col secondo posto e la qualificazione in Champions League (la seconda in quattro stagioni) aveva consegnato al neo tecnico spagnolo  una rosa con un monte ingaggi di 67 milioni. I calciatori più rappresentativi erano Hamsik, Pandev, Inler, Maggio e Cavani (ceduto in quell’estate al PSG), ma la rosa del Napoli aveva in organico ancora i Grava, gli Aronica, i Cannavaro, i Mesto, i Gargano e gli Armero, tanto per citare alcuni esempi.

Durante il mercato estivo, con l’arrivo di Rafa Benitez e la cessione, per quel periodo faraonica, di Cavani ai francesi dell’emiro (64 mln di euro) avevano consentito al Napoli di affrontare un mercato da protagonista: arrivarono Mertens (10 mln dal PSV Eindhoven), Callejòn (8 mln dal Real Madrid), Albiol (9 mln dal Real Madrid) ed il colpo più eclatante Gonzalo Higuain (32 milioni più bonus sempre dal Real).

Il Napoli poté permettersi questi colpi di livello alto per le potenzialità del club in quel momento, anche perché il mercato europeo non aveva ancora sdoganato le “esasperazioni” dei Neymar e dei Mbappè e del resto, tranne Higuain, gli altri erano calciatori si di top club ma ai margini delle rispettive rose. Nel mercato di riparazione si andò su giovani in rampa di lancio, come da spartito della proprietà: arrivarono Jorginho (prelevato in compartecipazione dal Verona) e Ghoulam (preso dal Saint Etienne per 5 mln), destinati a diventare, nel tempo, due colonne del Napoli.

Nel mercato successivo il Napoli operò pochi interventi, ma pur sempre sul mercato internazionale: da Koulibaly dal Genk a David Lopez dall’Espanyol, passando per Michu  e De Guzman arrivati dallo Swansea. A gennaio, poi, arrivarono Henrique, Strinic e Gabbiadini, altro giovane italiano con grande prospettiva, altro investimento importante. Con Benitez il Napoli totalizzò un terzo posto, due trofei (Coppa Italia e Supercoppa) ma accumulò anche tante “rovine”, dopo la sciagurata gara con la Lazio, che costò la qualificazione Champions.

L’elemento innovativo, nel biennio Benitez, fu certamente la scelta di relazionarsi ad un mercato più internazionale. Si era passati da un mercato “italiano” e sudamericano ad un ambito di trattative più europeo, grazie ai contatti ed al palmarès che il tecnico ex Liverpool ed Inter aveva portato in dote.

La stagione 2013/14 rappresenta il primo vero step-up del Napoli dell’ultimo decennio.

L’addio di Benitez e l’ “italianizzazione” di Sarri

L’addio dopo solo due stagioni di Rafa Benitez e la scelta di puntare su un tecnico italiano, non ancora affermato e proveniente dalla provincia del calcio, ovvero Maurizio Sarri, rappresentò agli occhi dei tifosi un ridimensionamento. Molti si abbandonarono a violente invettive nei confronti di Aurelio De Laurentiis e del club, con tanto di volantini di contestazione e disappunto, apparsi in città. Nessuno avrebbe potuto pensare davvero che il triennio che ne sarebbe seguito avrebbe portato alla definitiva ascesa del club.

Il Napoli, però, cambiò impostazione sul mercato, facendo un passo indietro. Si cerco di far arrivare calciatori adatti alle teorie dell’allenatore, che faceva degli automatismi e dell’allenamento i suoi veri punti di forza.

La squadra arrivava da una stagione fallimentare, giunta ad 11 metri da una qualificazione Champions che, forse, avrebbe anche meritato, ma con una rosa piena di punti interrogativi e di calciatori che ancora rappresentavano delle incognite.

Jorginho e Koulibaly erano sul piede di partenza, Ghoulam aveva fatto intravedere buone cose ma non era ancora il calciatore che poi sarebbe diventato. Dal mercato arrivarono due vecchie conoscenze dell’allenatore: Hysaj (4,5 mln) e Valdifiori (5,5 mln) dall’Empoli. Poi si puntò su Allan (17 mln più Britos passato poi al Watford) dall’Udinese, ci fu il ritorno di Pepe Reina dopo l’intermezzo al Bayern Monaco ed arrivò Vlad Chiriches dal Tottenham (9 mln).

Il target era tornato “italiano” (nonostante Chiriches e Reina) scelta dovuta in parte alla guida tecnica, che preferiva lavorare con calciatori che già conosceva, in parte al ridimensionamento del budget dovuto ai mancati introiti della Champions. Il Napoli andò vicino al tricolore, poi vinto dalla solita Juve e si qualificò per i gironi della massima competizione continentale, contro i pronostici di tanti.

Il triennio Sarriano, un mercato di costruzione

Il secondo anno con Maurizio Sarri partiva con lo shock della partenza di Gonzalo Higuain, direzione Juventus. Il Napoli incassava la cifra della clausola rescissoria pari a 94 milioni di euro e reinvestiva gran parte del denaro andandosi a prendere profili giovani ma tutti dal futuro assicurato: Diawara dal Bologna (15 mln), Zielinski dall’Udinese (15 mln), Rog dalla Dinamo Zagabria (20 mln), Milik dall’Ajax (32 mln). Il mercato di riferimento restava sempre quello italiano, con qualche puntatina sul mercato internazionale, il target sempre giovane tra i 19-22 anni con prospettiva importante.

Resta la capacità di andare a prendere calciatori da club blasonati del calcio europeo come Ajax e Dinamo Zagabria, oltre ad aver battuto la concorrenza delle big italiane ed estere su Diawara e Zielinski.

E’ chiaro che ad incidere fu la plusvalenza monstre ricavata dalla partenza di Higuain, ma il Napoli continuava pur sempre sulla strada intrapresa sin dal primo giorno in Serie A: puntare su giovani talenti da far crescere in casa propria, un po’ come erano stati Hamsik, Lavezzi e Gargano presi a prezzi stracciati nell’anno del ritorno nella massima serie. Aumentavano, però, target ed esborso, con l’obiettivo di minimizzare anche il rischio degli investimenti (Hamsik fu prelevato dalla Serie B, Lavezzi dal campionato argentino e Gargano da quello uruguagio).

Aumenta la capacità di spesa, sale il target

Dai 5,5 mln per Hamsik e i 7 per Lavezzi, ai 15 per Zielinski e Diawara, i 20 per Rog e i 32 per Milik il passo non è breve, anzi è lunghissimo. Nell’arco di quasi un decennio il mercato è certamente cambiato, i prezzi si sono gonfiati e l’irruzione prepotente dei petroldollari nel mondo del calcio ha rivoltato la geopolitica e la finanza calcistica, ma è innegabile che il Napoli abbia aumentato la propria potenza d’urto sul mercato, in primis finanziariamente.

Oggi il Napoli, può permettersi di spendere 10 milioni per una riserva (per esempio Ounas) oppure prendere un calciatore pur di assicurarselo e lasciarlo alla squadra che lo cede. Solo qualche anno fa sarebbe stato difficile alienare somme per “prenotare” calciatori, ma il Napoli da qualche tempo riesce anche a fare questo tipo di operazioni, leggasi Verdi, Inglese, Vinicius, lo stesso Kiyine di cui si parla in questi giorni.

Con Ancelotti lo step-up definitivo

Pur non cambiando la propria strategia di fondo, che rimane quella di acquisire calciatori giovani da valorizzare, con l’intento di costruirsi i top-players in casa, senza appesantire i conti e mantenendo una gestione virtuosa del bilancio, il Napoli ha invertito decisamente la rotta sul mercato, innalzando il proprio livello e acquisendo una capacità importante di andare a sedersi sui tavoli di trattative fino a 5 anni fa impossibili per il club.

Quest’estate lo scouting ha suggerito l’investimento per Fabiàn Ruiz, l’ultimo in ordine di tempo, clausola di rescissione 30 milioni cash. Il Napoli non ci ha pensato due volte ed ha chiuso l’operazione in maniera spedita e senza indugi. Una tale risolutezza sarebbe stata impossibile solo qualche anno fa, semplicemente perché non lo si sarebbe potuto fare, conti alla mano.

Lo stesso dicasi per Alex Meret, giovanissimo portiere, futuro del calcio italiano e della nazionale, preso per 25 milioni di euro, costato praticamente quanto Mertens, Callejon e Albiol messi assieme.

L’aver concentrato l’attenzione nell’attuale mercato su nomi come Lozano del PSV Eindhoven, 23enne scuderia Raiola, costo del cartellino 40 milioni oppure Fornals del Villareal, 22 enne futuro della nazionale spagnola, clausola di 29 milioni, fa capire come ormai il target del club sia questo. Lo stesso interesse per due prospetti come Chiesa e Barella, per quanto sicuramente la concorrenza sia agguerrita, lascia intravedere una solidità ed una capacità che consentono al club di duellare a suon di milioni.

Si prediligono, ormai, giovani già di caratura e rango europei, possibilmente nazionali e sotto la lente di ingrandimento dei club più importanti, magari tentando di chiudere in fretta e battere tutti sul tempo.

La strada tracciata dal club, con l’aiuto di un tecnico di fama internazionale come Ancelotti, può essere la chiave, nel prossimo futuro, per continuare a crescere e avvicinarsi un po’ di più ai primi dieci club del continente, pur avendo numeri e possibilità molto inferiori.

CATEGORIES
TAGS