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Sembrava esultanza, erano scuse

Calma. E ce ne vuole tanta.

Dopo una sconfitta del genere ci vogliono nervi saldi assai per non sbottare di brutto. Poi, guardiamo la classifica. Una, cinque, dieci volte. Ci accorgiamo di essere secondi e tiriamo un sospiro di sollievo.

Ma siamo incazzati lo stesso. Ma ancor di più siamo preoccupati.

Facciamo una fatica immane in questo momento a dire che non è giusto parlare di fallimento ma dobbiamo farlo, perché di fallimento non si tratta. Il Napoli è secondo, ampiamente qualificato in Champions League.

Se, a seguito dell’eliminazione dalla Coppa Italia ed Europa League, ci fosse stata anche l’esclusione dalle prime quattro regine della serie A, e allora si, che saremmo stati autorizzati ad usare vocabolo fallimento.

Camaleontismo ancelottiano o rigidità sarrista?

Non facciamo paragoni emozionali, in questo momento non reggerebbero. Oggi, prima dello scempio serale, abbiamo versato altre lacrime, stavolta di gioia, dopo aver visto e rivisto quel gol di Koulibaly allo Juventus Stadium che, precisamente un anno fa, consentì al Napoli di espugnare Torino. Poi, in serata, Ancelotti ci ha fatto piangere per motivi ben diversi.

Ma non sarebbe giusto esaltare adesso il sarrismo e bocciare il camaleontismo di Ancelotti al quale, proprio in questa stagione, abbiamo anche attribuito delle qualità.

Abbiamo definito la fluidità tattica un merito, abbiamo ritenuto che la rotazione degli uomini fosse un’accelerata sulle motivazioni di tutti. Lo abbiamo detto a seguito di vittorie. Lo abbiamo sentito dire quando il Napoli è riuscito a prevalere. Ed eravamo contenti. Allora dobbiamo dedurre che il camaleontismo non è un malus in senso assoluto, forse come non è un plus in senso totalitaristico il sarrismo.

E allora, se il punto non è la diversità di filosofia, dove risiede il problema?

Preoccupazione al photo-finish sulla delusione.

Cosa c’è che non va? Perché questa squadra è irriconoscibile? Non abbiamo la presunzione di saperlo o capirlo, ma una cosa è certa: siamo preoccupati, molto più che delusi.

Non è la mancanza dei titoli acquisiti che ci preoccupa, non è il rendimento degli ultimi tempi a sconfortarci. A preoccuparci è l’associazione Ancelotti-deliquio.

Ci chiediamo: come è possibile che il Napoli disperda motivazioni fino al punto da smarrirsi completamente?

Come è possibile vedere in campo dopo appena pochi minuti una squadra lunga e scollata?

E’ la mancanza di obiettivi la causa di questo scoramento generale?

Tutte domande le cui risposte scivolano e si impantanano sulle spalle di Carlo Ancelotti, l’unico responsabile di un crollo che solo la pochezza delle altre non ci fa definire debacle.

Di curriculum e festicciole sparse su panchine blasonate non vogliamo sentir più parlare.

Ad attendere Ancelotti al varco c’è un solo vocabolo: credibilità.

About author

Guido Gaglione è docente di arte e immagine, operatore di ripresa e giornalista pubblicista dal 2015.
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