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Comunicazione

Libertà è partecipazione

A Napoli si respira una brutta aria ultimamente, senza un apparente motivo. C’è la bella stagione che incombe, le Universiadi alle porte, tutto sommato il calcio ha regalato qualche gioia anche quest’anno. Non tantissime a dir la verità, ma qualcuna sì.

Una stagione da sei, insomma, nulla di eclatante, ma nemmeno nulla di disastroso. Eppure la discussione, da qualche tempo a questa parte, gira intorno esclusivamente alla figura di Aurelio De Laurentiis. Già su questo si potrebbe scrivere un trattato, perché parlare di una squadra di calcio in funzione alla simpatia che si nutre per il suo presidente è indicativo di quanto in basso sia caduto il livello dialettico della piazza.

Ma l’aspetto che rende stucchevole l’intera discussione è la divisione in fazioni tra (come da consolidato italico costume) favorevoli e contrari. Il tutto condito da neologismi tipo “papponisti”, “aureliani” e così via, di modo da rendere ancor più colorito l’ennesimo scontro tra guelfi e ghibellini.

Dove si pone il nostro giornale in questa diatriba? Né dall’una, né dall’altra parte. Ma questo non per fare gli ignavi, anzi, tutto il contrario. Noi siamo per la discussione di dati oggettivi e amiamo confrontarci con chi la pensa diversamente da noi.

Certo, qualche limite c’è: per arrivare a una conclusione mettiamo in moto un processo logico, a volte addirittura numerico, fino ad arrivare al punto finale. Per confrontarci, ci aspettiamo che il nostro interlocutore abbia fatto altrettanto, giungendo a convinzioni completamente diverse.

Non ci piacciono i video giornalisti che intervistano solo i favorevoli, cacciando chi ha parere diverso solo perché gli “impedisce” di lavorare. In questo caso la domanda è legittima: il tuo lavoro consiste nel dar voce a quelli che venerano il presidente?

Non ci piace nemmeno chi, vestito di superbia e nascondendosi dietro pseudonimo, consiglia De Laurentiis di portare il Napoli al Collana e di stipare i dissidenti nel settore ospiti (che non esiste), manco fosse la terza classe del Titanic.

La radio ufficiale, poi, negli ultimi tempi è diventata un concentrato di deferenza da far invidia ai peggiori media di partito nostrani e non. Ricordate il teatrino del “vero-falso” inscenato a Dimaro l’anno scorso? Chissà cosa si inventeranno tra qualche mese.

Chi contesta, spesso, è un consumatore che paga e non gli piace quel che vede. Ha a disposizione taluni mezzi per manifestare il suo dissenso, non è corretto zittirlo o eliminarlo dalla discussione solo perché dall’alto arrivano ordini ben precisi.

La nostra, si badi bene, non è una congettura: già in passato De Laurentiis ha definito i suoi contestatori genericamente “malati”, “drogati”, gente che “spinge ai tornelli”, “amanti del pezzotto”. Nel processo logico di cui sopra, crediamo di poter affermare con un ragionevole grado di sicurezza che questi comportamenti sono studiati, messi a punto e “tutelati” dalla società.

La piega che sta prendendo la discussione nelle ultime settimane non ci piace affatto: una realtà oggettiva viene interpretata e raccontata anche in maniera diametralmente opposta. Dinanzi a cosa siamo? Dobbiamo pensare che pur di salvaguardare i propri interessi esistono testate che scavalcano le regole base del giornalismo? E se così fosse, in cambio di cosa? Accrediti, pass per le conferenze stampa, esclusive elargite dalla generosa mano del padrone?

Chi zittisce i contestatori, peraltro, vive un paradosso abbastanza imbarazzante. Innanzitutto, vivendo un’esperienza gratuita al seguito della squadra non contribuisce ad aumentare il fatturato del Napoli, quindi è una contraddizione additare chi contesta fuori allo stadio col biglietto in mano.

In secondo luogo non instaura una discussione sana, basata sulla squadra di calcio e non sulla figura del presidente. Posso tranquillamente dire che la squadra nel doppio impegno contro l’Arsenal non mi è piaciuta per niente, senza per questo offendere personalmente il Patron. Sono due livelli della discussione completamente diversi, ma pare che qualcuno con penna o microfono in mano non l’abbia afferrato.

D’altro canto, a nostro modo di vedere, dai contestatori civili è escluso chi crede sia una bella idea avvicinare De Laurentiis, facendogli credere di volersi fare una foto, al solo fine di rivolgergli gratuitamente una parolaccia degna di uno scaricatore di porto. L’invettiva finale “accatt ‘e jucatur!” non giustifica un malcontento esternato nel modo più sbagliato possibile.

Si è evidentemente creata una confusione di ruoli. Se in principio il tifoso sosteneva e il giornalista raccontava i fatti, stiamo per giungere al punto di non ritorno: il giornalista sostiene e il tifoso contesta, altro bel paradosso pure questo.

Dal nostro punto di vista, noi andiamo avanti per la nostra strada. Diamo importanza a tutti: ci fanno piacere i complimenti e ascoltiamo le critiche e le invettive, purchè argomentate e poggiate su basi solide.

Questo ci dà la libertà di esprimerci in una certa direzione e una settimana dopo cambiare idea, senza dover chiedere il permesso a nessuno se non alla nostra testa e alla nostra coscienza. Del pezzo di Gaber, citato nel titolo, non finiremo mai come all’ultima strofa:

“E che passa la sua vita a delegare / E nel farsi comandare / Ha trovato la sua nuova libertà”

About author

Paolo Esposito è laureato in Economia Aziendale. Per lavoro si occupa di tax auditing con particolare attenzione al transfer pricing, al financial accounting e alle business restructuring. Tuttavia crede che di calcio sia meglio parlare in napoletano.
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