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E’ tutta colpa dei tifosi perbene, di Mertens e di Callejon

Poniamoci immediatamente un fondamentale interrogativo di fondo: perché ci siamo risentiti per il fatto che uno o più tifosi abbiano rigettato la maglia del Napoli ai calciatori azzurri?

Risposta semplice semplice: ci ha dato fastidio, come se l’avessimo fatto noi.

Il vero problema è che ci siamo sentiti  rappresentati da quella gente. L’esposizione continua di quella tipologia di tifosi li certifica come tifosi azzurri in senso assoluto, li etichetta, li rende riconoscibili in quanto tali.

Agli occhi del mondo, quello, non diventa dunque un tifoso del Napoli ma “il” tifoso. Una generalizzazione errata ma quasi inevitabile, involontaria, incolpevole ma dannosa assai.

Ma il punto non è questo. Il tifoso becero, incivile o semplicemente irriconoscente è giusto che esista, è giusto che dia voce al suo molesto e poco condivisibile canale orale o comportamentale.

Quelli sbagliati siamo noi. Noi persone diverse, animate da istinti e ragionamenti più nobili. Noi, dovremmo essere visibili e riconoscibili alla stessa maniera, dovremmo farci identificare come un punto di riferimento alternativo alla demenza, ma altrettanto importante.

E in questo “noi” ci sono anche i calciatori, sovente pieni di sdegno dinanzi a scempi comportamentali come quello di oggi, alle contestazioni ripetute e infondate, alle rapine subìte e bla bla bla….ma la risposta (quando c’è) è sempre innescata dal quieto vivere, quindi è mesta, pacata, accondiscendente, giustificatrice.

Non diciamo che sarebbe giusto estirpare dal petto degli ultrà la riconoscibilità ma, quantomeno, sarebbe opportuno equipararla a quella di chi non canta, non salta, non urla, non offende e non perché non gli batta il cuore nel petto.

E’ una questione di mentalità, di credo, di abitudine.

L’obiettivo è dunque depotenziare l’unica frangia attualmente riconoscibile, abbattere l’egemonia riconoscitiva e allargare le vedute: Napoli è anche altro e quest’altro deve essere evidenziato.

Il tifoso del Napoli è come un grande pastore napoletano del ‘700 di cui si apprezzano soprattutto la testa, le mani e piedi, divinamente incisi nella terracotta. Ma il pastore ha anche il corpo, nascosto a dovere dai minuziosi vestiti merlettati. Ma nessuno lo vede, nessuno ne registra traccia. Ad essere ammirati, o disprezzati per la fattura più meno rigorosa, sono sempre la testa e gli arti.

Se l’altra Napoli si espone, se viene vista e riconosciuta, forse daremmo a gesti come quello visto oggi sulle tribune di Frosinone un valore molto vicino all’indifferenza.

E forse, chissà, almeno per una sola volta, e ovviamente per gioco, non sarebbe opportuno che fossimo noi a saltare con i calciatori per cantare: “…..Voi non siete napoletani……”

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Guido Gaglione è docente di arte e immagine, operatore di ripresa e giornalista pubblicista dal 2015.
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