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Pensieri, parole, opere e omissioni

Partiamo da una premessa, oggettiva quanto drammatica: all’alba del mese di maggio il Napoli deve iniziare già a pensare alla prossima stagione. Scudetto già assegnato alla Juve, partecipazione matematica alla prossima Champions League acquisita con quattro partite d’anticipo, coppa Italia sfumata prima di subito: ecco tutti gli elementi che portano con la testa all’estate, tre mesi prima.

Com’è stato il primo anno di Ancelotti sulla panchina azzurra? E chi lo sa?! Per caso a qualcuno risulta che la società abbia fissato obiettivi sportivi? Dirigenti, allenatore e calciatori hanno forse detto di puntare allo scudetto, alla coppa Italia o all’Europa League? Qualcuno di essi, una volta sfumati uno dopo l’altro i suddetti obiettivi si è assunto la responsabilità di ammettere piccoli o grandi fallimenti?

Nulla di tutto ciò. Di facciata solo frasi di circostanza in vista di questa o quella partita, dichiarazioni mai troppo convinte su impegno, dedizione e orgoglio mai seguite da prestazioni in linea con le aspettative.

L’ultima dichiarazione di De Laurentiis in merito all’operato del suo mister è di soddisfazione data dal fatto che “siamo in linea con il punteggio delle migliori squadre europee”.

Nella realtà si regista qualche buona prestazione, soprattutto in coppa e soprattutto prima di Natale. Qualche scampolo di stagione che è servito (o servirà) per inflazionare ancor di più un parco giocatori dal valore assolutamente non eccezionale nel momento in cui, per motivi di bilancio, si rendesse necessario fare cassa.

Di contro, le uniche e immancabili dichiarazioni sostanziali che il patron ha rilasciato riguardano il bilancio. Nel corso della presentazione di Ancelotti, il presidente rese ancor più profonda la linea di demarcazione tra sé e i tifosi, chiudendo così la favola sarriana: “Si parla tanto dei 91 punti ma io ricordo anche un’uscita dall’Europa che ci è costata 10-15 milioni. Chiaro?”

Chiarissimo presidente, ci mancherebbe, e non c’era bisogno di ribadire il concetto diversi mesi dopo, alla vigilia delle sfide decisive di Europa League: “Se dovessimo arrivare a vincere in Europa i conti potrebbero tornare in equilibrio”. Come dire: alzare un trofeo serve a coprire i costi, del prestigio nemmeno ne parlo.

La questione tecnica e quella aziendale, due mondi che nel calcio dovrebbero passeggiare a braccetto e che invece, nel caso del Napoli, finiscono con il diventare due galassie distanti anni luce.

In mezzo ci passa un universo vuoto come lo spazio lasciato dai tifosi quest’anno al San Paolo. Il Napoli è di gran lunga la peggiore in Serie A con un eloquente -36,7% rispetto alla passata stagione, come risulta da un’interessante elaborazione effettuata dal sito Calcio & Finanza relativa al girone d’andata:

La disaffezione del popolo napoletano verso il catino di Fuorigrotta è un caso unico tra le venti partecipanti.

Gli alibi non mancano: una Juve troppo forte, un secondo posto ormai stancamente consolidato, un pizzico di delusione derivante dai mancati investimenti (e contestuali disinvestimenti) nelle due ultime sessioni di calciomercato, soprattutto quello invernale.

Tutto legittimo, ci mancherebbe, ma noi più di una domanda sulla gestione mediatica-aziendale del patron De Laurentiis ce la siamo fatta, e la risposta non sempre ci ha convinto, anzi non ci ha convinto per niente.

Restando sulla dialettica riferita all’aspetto tecnico, non si contano le sfuriate, le invettive o semplicemente le uscite infelici che De Laurentiis ha destinato ai suoi stessi dipendenti.

Negli anni si ricordano la rissa sfiorata con Marino all’intervallo di un Inter – Napoli, dopo un attacco personale a De Sanctis (anno 2009), l’epurazione dello staff tecnico e dirigenziale in diretta tv, la demolizione di qualsivoglia allenatore – precedentemente incensato – solo perché ha rifiutato il rinnovo, Higuaìn definito “chiattone” molto prima del suo passaggio alla Juve, le fucilate nel mucchio dopo la partita di Champions a Madrid e il cazziatone dopo la trasferta di Lipsia dell’anno scorso, dimenticando sicuramente qualcosa.

Il fatto di non capire se quest’anno sia da valutare come positivo o meno, subordinando tale giudizio solo alla chiusura in utile del prossimo conto economico, la dice lunga sul nulla emozionale che questo presidente ha messo in piedi in 15 anni di duro lavoro.

Se poi vogliamo buttarla sul piano aziendale, allora ci sarebbe da parlare di tutto ciò che manca a questa società e che purtroppo dipende dalla sua volontà di presidente: uno stadio di proprietà, una vera sede societaria con museo e store, un impianto per le giovanili, i fantomatici studi sul bacino d’utenza dai quali emergerebbero 40 milioni di simpatizzanti nel mondo, e tanto altro ancora.

Di oggettivo ad oggi non c’è nulla, solo un bilancio che fotografa una situazione in peggioramento di anno in anno. La società non affonda, oggi, solo perché in passato ha messo i soldi sotto la proverbiale mattonella, ma la situazione prospettica del Napoli non è buona.

Queste considerazioni, si badi bene, non sono frutto d’interpretazione, ma di dati oggettivi e riscontrati. Nelle prossime settimane daremo spazio (un articolo per ciascun argomento), a tutti gli aspetti che la SSC Napoli dovrebbe curare (e che invece non fa) al fine di essere considerata una società strutturata in modo adeguato.

In particolare ci riferiamo allo stadio, alle strutture da dedicare alle giovanili, alla creazione di una vera esperienza commerciale intorno al marchio Napoli, alla brutta piega che ha preso il bilancio negli ultimi anni, ai presunti studi su quanti siano i tifosi del Napoli nel mondo e, dulcis in fundo, al famigerato “stadio virtuale”.

Per usare una vecchia citazione televisiva: buttate il telecomando, la storia sta per iniziare.

About author

Paolo Esposito è laureato in Economia Aziendale. Per lavoro si occupa di tax auditing con particolare attenzione al transfer pricing, al financial accounting e alle business restructuring. Tuttavia crede che di calcio sia meglio parlare in napoletano.
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