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Editoriale

Possiamo ancora fidarci dell’ottimismo di Ancelotti?

Ha detto il tecnico azzurro che “i risultati ci daranno ragione”. E che gli vuoi rispondere a uno che si chiama Carlo Ancelotti? Puoi solo dirgli, “ok, mister” e poi pensare “sì, ma quali risultati?”. No perché, non so se ricordate le interviste durante il ritiro di Dimaro, quando tutto lasciava presagire una stagione competitiva soprattutto in campionato, il nostro allenatore sosteneva che avremo lottato per lo scudetto. Ora, non per tirare la linea dopo 1/4 di campionato, ma la prospettiva inizia a sembrare alquanto ardua. Non impossibile, ma ardua sì. 

In redazione in questi giorni ci siamo confrontati tanto sull’andamento del ciclo ancelottiano e le posizioni riflettono, probabilmente, il ventaglio di quelle dell’intera tifoseria: dal più scettico e pessimista, al paziente attendista. Però su un punto convergiamo e, quindi, in qualità di direttore sento possa essere la nostra posizione nei confronti del periodo attuale: non sono i risultati a recarci insoddisfazione ma la carenza di un’identità di squadra. Non parliamo nemmeno di gioco, s’intenda, ci riferiamo ad un’idea tattica ben precisa in cui riconoscere il Napoli e capire che direzione abbiamo preso e dove, forse, un giorno arriveremo.

Facciamo alcune valutazioni:

  1. Ancelotti è sicuro che stiamo andando nella direzione giusta: “abbiamo giocato bene”, “meritavamo la vittoria”, addirittura “di più non si poteva fare”.
  2. In campo la squadra non ha ancora capito in che modo muoversi, non solo i nuovi, ma anche quelli della vecchia guardia: passaggi sbagliati (e non imprecisi ma a vuoto a causa di movimenti mancati o errati), fasi di controllo senza idee, lunghi momenti durante le partite in cui non si riesce a dominare o arginare il gioco degli avversari.
  3. Condizione fisica non ancora ottimale: il Napoli è una delle squadre che corre meno in serie A e, pensando al fatto che spesso corra più nella seconda fase di gioco che nella prima, potrebbe farci pensare che sia più un fatto di testa che fisico.
  4. Società silente (fortunatamente, visti i precedenti) che si è fatta sentire in via informale solo dopo la vittoria contro il Liverpool, richiamando profeticamente i giocatori a non calare l’attenzione in vista dei match più “facili”. Profezia avverata visti i tanti punti persi. E quindi: profezia o polso della situazione, ci vien da pensare?
  5. Tutto ciò che avete letto sopra per Ancelotti non sono critiche, ma “drammi e polemiche”.

Ora, lungi da noi il voler polemizzare, chi ci conosce ha imparato negli anni il nostro stile (speriamo) equilibrato e con uno sguardo a 360gradi sul Napoli, crediamo fermamente che parlare di certi errori, di partite sbagliate, di confusione tattica in alcuni momenti della partita, sia un modo per evidenziare una mancata crescita che dopo un anno e tre mesi di regno ancelottiano credevamo, anzi, ci aspettavamo di poter vedere. E lo ripetiamo ancora una volta: non facciamo paragoni con il gioco sarriano, lo sappiamo che quell’epoca non la rivivremo mai più ed è ormai solo nei nostri ricordi, ma ad un’ordine di idee, una minor confusione, un’identità di squadra.

Aspettiamo di essere smentiti e, da tifosi, che i risultati diano ragione al tecnico azzurro. Nel frattempo, gli poniamo una domanda, nessun dramma, solo una domanda: come mai, così convinto del percorso sin qui fatto, si è lasciato andare al 433 nella trasferta di Torino? 

About author

Carlo Papa è l'ideatore e il Direttore Responsabile de Il Partenopeo. Docente di diritto e giornalista pubblicista dal 2015
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