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Credo tattico e calciatori: questo matrimonio non s’ha da fare

Il momento delicato del Napoli in campionato e il settimo posto attualmente raggiunto pongono una serie di interrogativi.

Si tratta della partenza peggiore del Napoli in campionato dal 2011. Un settimo posto, alla vigilia della stagione, a cinque punti dalla corazzata Cagliari, francamente è uno scenario impossibile da prevedere, una situazione ben lontana dai proclami troppo ottimistici effettuati nel ritiro trentino:

“Lo scudetto è il nostro obiettivo.”

Invero, non era stato solo un tesserato ad esporsi, nessuna voce fuori dal coro, bensì una voce compatta all’unisono di tutti: squadra, allenatore e società piovuta sui sogni e le aspettative, lecite a questo punto, dei tifosi. Ad accrescere – poi – i sogni di gloria ci ha pensato poi la voce autorevole di Carlo Ancelotti che ha consegnato un ulteriore dardo infuocato alla questione: un 10 pieno alla campagna acquisti fatta dalla società.

A nostro parere è giusto sottolineare i passi compiuti in avanti ma non si possono sottacere criticità emerse durante una gestione zeppa di sommerso.

La squadra, partita a singhiozzo con sette goal presi ed appena tre punti nelle prime due giornate di campionato, ha cominciato a vacillare nelle sue convinzioni, non solo tecniche, e ad esser costretta a rincorrere un sogno più grande di lei.

Il suo allenatore è sembrato da subito in confusione, diviso tra l’esigenza presidenziale di una squadra liquida che valorizzasse l’intera rosa e un credo deciso che dispensasse certezze e non disorientamento. Ha più volte ruotato i calciatori e cambiato loro ruolo, ha spesso utilizzato tre centrocampisti centrali in ruoli che ne prevedevano due, sacrificando spesso Lorenzo Insigne.

Una scelta che ha costretto agli straordinari un centrocampo ridotto (per scelta estiva) all’osso ed a rinunciare a molti degli attaccanti esterni, uno su tutti Lozano pagato oltre 40 mln.

Ma, forse, non è solo una questione di numeri, a contare davvero sono le caratteristiche dei calciatori, poliedrici si, ma forse poco inclini all’idea tattica del mister di Reggiolo. La squadra è sempre stata priva di una chiara identità, incapace di essere costante nell’imporre gioco per tutta la partita, con intensità altalenante, a tratti apparsa svuotata psicologicamente ed emotivamente. La prova di tutto ciò risiede in un andamento deludente, nonostante le occasioni regalate agli avversari ed i goal subiti sono di partita in partita diminuiti.

Crediamo che la colpa più grande di Ancelotti sia stata quella di non capire, dopo un anno di studio, che questi calciatori non potessero essere di supporto alla sua idea tattica. Ha sottovalutato che, il passaggio da un gioco automatizzato e tatticamente ben definito ai limiti del manicheismo orchestrato da Sarri ad un calcio più morbido e liquido, non potesse essere indolore ed immediato.

Adesso, abbandonato (finalmente) il suo proverbiale ottimismo, abbiamo dinanzi un Ancelotti nuovo, sincero e consapevole.

Da adesso si apre una pagina nuova. Vediamo se questa onestà tardiva e questa marcia indietro risintonizzi un po’ tutti, squadra, allenatore e città. Il silenzio stampa e la sosta delle nazionali non diranno nulla, le prossime due trasferte di Milano e Liverpool, invece, diranno molto.

Il campo, al di là di ogni fantasiosa interpretazione dei fatti accaduti, ci dirà che forma avrà il Napoli di domani.

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