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Il surrealismo di Napoli-Genk: da Marek a Gattuso

Napoli-Genk, non la partita, ma la serata intera del San Paolo con la coda finale all’Hotel Vesuvio sarebbe stata materia fertile per Magritte. Un’opera surrealista in salsa pallonara, con punte d’avanguardia prossime al nonsense ed alla follia collettiva.

Napoli-Genk, con tutto il contorno, è stato il punto d’incontro tra sogno e realtà, “la pazzia non va soffocata, ma ammirata e tutelata”, un dipinto surrealista trasfigurato in vita vissuta, tout court.

Il tecnico da esonerare a furor di popolo è passato in un batter di ciglia dall’ #Ancelottiout alla più alta espressione di revisionismo social, con commenti sparsi qua e là e frasi snocciolate dalle tastiere di tutto il mondo in sua difesa ed il Napoli Calcio, con i suoi principali interpreti (i calciatori), messo alla berlina dai Carneadi della rete ed anche da autorevoli firme del giornalismo nostrano.

Sullo sfondo, a completare il quadro, la sfilza di saluti social dei calciatori azzurri, che ringraziano Carletto con parole di affetto e stima sentiti.

E’ folle la notte del San Paolo, folle per il saliscendi di emozioni che ne hanno tracciato storia e traiettorie, dall’immagine dello stadio semivuoto al ritorno di Marek, al discorso che Aurelio De Laurentiis avrebbe fatto alla squadra nel chiuso dello spogliatoio, fino al faccione di Carlo che giurava che sarebbe stato al suo posto col Parma, salvo poi ricevere il benservito nel bel pieno della notte, in una suite del Vesuvio.

SAN PAOLO, DOVE SEI?

Una gara che avrebbe sancito la terza qualificazione della storia del club agli ottavi di finale della Champions League si ritrova come teatro uno scenario distopico, spalti pixellati interrotti da presenze umane, larghi spazi vuoti attraversati da silenzi surreali ed applausi sporadici, che si diluivano nell’eco della cattedrale di Fuorigrotta. Due curve in sciopero, un’atmosfera più simile ad un allenamento a porte aperte in mondovisione, insomma.

IL RITORNO DI RE MAREK

Gli occhi umidi, il gioco di luci ad illuminare un pezzo di vita, davanti a quel che resta della folla di un San Paolo che sembra un enorme plastico di sè stesso, un po’ freddo e un po’ teutonico nella sua nuova versione di sè. Edi Reja, lo zio di tutti noi, che gli porge la maglia blindata nella cornice e che racconta 12 anni d’amore e dedizione alla causa. Marek abbraccia quel che resta della sua gente, forse nemmeno lui se lo sarebbe immaginato così triste il suo commiato. Uno schiaffo alla Storia. Un peccato per l’uomo.

IL 4-0 PIU’ TRISTE

Un Napoli che lascia sempre vivido in tutti noi quel senso di smarrimento misto a rabbia. Una squadra fragile, senza anima, senza “garra”. Il Genk va ben cinque volte vicino al gol, ma i valori in campo sono troppo distanti per immaginare un passo falso della sgangherata truppa azzurra. Il 4-0 porta la firma del redivivo Arek Milik, tripletta e pallone portato a casa per il ritorno in grande stile del centravanti polacco. Ci è mancato, è mancato un po’ a tutti, Arkadiusz. Ci sarà bisogno di lui, Gattuso avrà assoluto bisogno di questo Milik per risalire. L’immagine di Mertens che gli stritola il nasone, rimane fresca nella testa, come una ventata di speranza nella notte buia.

L’OMBRA DI GATTUSO

Una serata paradossale quella del San Paolo: le tenebre squarciate dalle vivide luci di uno stadio agghindato da “notte dei campioni”, una serata che passerà alla storia sia per la qualificazione che per l’addio di Carlo Ancelotti e un’ombra che si allunga sulla panchina azzurra: quella di Rino Gattuso.

Una partita iniziata con un allenatore esonerato che fa finta di nulla e che si congeda con il canonico “ci vediamo domani”, a dispetto della verità, ormai sotto gli occhi di tutti. Napoli-Genk è stata anche la prima partita con Gattuso nuovo allenatore, perché lui era già lì, anche se non c’era. Cose da Napoli, insomma.

L’ABBRACCIO DI ANCELOTTI E JOSE’

Rimane fisso nella mente quel frame di una serata folle e isterica, Callejòn sostituito si avvicina ad Ancelotti, pronto a salutarlo sulla linea dell’area tecnica in prossimità della panchina. Tra i due un abbraccio sentito, quasi a voler suggellare un addio, occhi chiusi e petto contro petto, stretti per una manciata di secondi in una morsa che sa di commiato.

C’eravamo tanto amati. Anzi no. Forse. Chissà.

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Francesco Romano è laureato ed ha un master in comunicazione e marketing. Ama scrivere, lavora presso Mediaset.
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