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C’era una volta la scugnizzeria

A margine dell’ennesimo girone di Youth League disputato in modo quanto meno anonimo dagli azzurrini di Baronio, è il caso di fare alcune riflessioni sul settore giovanile del Napoli. La Champions League della categoria Under 19 mai ha visto il Napoli tra i protagonisti: un ottavo di finale nel 2013/14, poi tutte eliminazioni abbastanza nette nella fase a gironi.

Quest’anno si è consumato un paliatone da doppia cifra rimediato dai ragazzini terribili del Salisburgo, sette palloni presi a Liverpool e un bottino finale che ammonta a due miseri punti. Gli accadimenti degli ultimi anni servono in parte a spiegare perché gli azzurrini siano così poco competitivi in campo internazionale.

LA STORIA RECENTE

“Il Barça è un esempio. Studierò il loro settore giovanile per creare la nostra scugnizzeria”, diceva il patron poco prima di giocare contro i blaugrana per il trofeo Gamper. Peccato che parliamo del 2011, cioè di otto anni fa.

Il progetto era sulla carta ambizioso. Ampliamento del centro di Castel Volturno, accordi con scuole calcio locali, scelta dei migliori talenti in giro per la Campania e presa di coscienza di una sorta di missione “sociale”: il calcio come alternativa alla strada e alla difficile realtà cittadina che spesso non dà scampo.

Accantonato l’ampliamento del centro tecnico attualmente in uso alla prima squadra, sale alla ribalta l’idea di costruire l’apposita struttura a Torre Annunziata, città d’origine della famiglia De Laurentiis.

A tal proposito, l’allora sindaco Starita dichiara: “Abbiamo già avuto qualche approccio telefonico. De Laurentiis vuole verificare la fattibilità della cosa e noi ovviamente siamo a disposizione per dargli una mano”.

Ci sono strane somiglianze tra questa e un’altra vicenda. Il tutto sembra la trama un film (è proprio il caso di dirlo) già visto, con il finale ampiamente prevedibile: “Sto discutendo con tre sindaci limitrofi perché probabilmente abbiamo trovato un terreno per fare una scuola per portare tutte le squadre dalla Primavera in giù”, dichiara De Laurentiis a Radio Kiss Kiss.

Aggiunge poi l’elemento mancante: “Faremo un centro con 10 campi, la scuola, l’albergo per gli stranieri e tutto il resto, ossia palestre e piscine. E’ un discorso simile a quello dello stadio”. Ecco dove l’avevamo già sentita questa storia, e sappiamo anche com’è andata a finire.

Dopo qualche tempo, siamo nel 2016, ecco che il patron spegne gli entusiasmi vesuviani: “E’ stata una delle ipotesi valutate, ma l’abbiamo scartata per problemi climatici. Quella struttura che avevamo individuato, infatti, è a ridosso del mare e la salinità in quella zona è elevata, ragion per cui non sarebbe possibile dar luogo al progetto che ho in mente perché il sale danneggia i campi”.

Sempre nel 2016, nel mezzo di alcune dichiarazioni intercettate dalla Gazzetta dello sport, De Laurentiis sembra arrendersi: “Purtroppo il programma dei giovani che volevo si è arenato. Ma in Campania si può lavorare bene, basta vedere quanti della nostra regione giocano in giro per l’Italia”.

Addirittura, nello stesso 2016 – nel mese di luglio per l’esattezza – il blocco delle giovanili fu tirato in ballo “di sponda” dall’edizione napoletana di Repubblica. Venduto Higuaìn alla Juve, era doveroso secondo il quotidiano destinare una piccola parte dei 90 milioni di Agnelli alla costruzione di una vera struttura per i campioni di domani. Richiesta inascoltata.

LE STRUTTURE A DISPOSIZIONE

Ad oggi, la Primavera è di stanza a Frattamaggiore, dopo l’abbandono delle strutture di Sant’Antimo prima e Marianella poi. L’attività degli Under 19 è divisa dalle altre giovanili, che una volta abbandonato il complesso di Marianella hanno trovato ospitalità al Kennedy, non esattamente una gestione lungimirante.

Le ultime dichiarazioni che si registrano sull’argomento le ha rilasciate l’architetto Zavanella, salito alla ribalta in occasione di uno dei tanti (e mai realizzati) progetti riguardanti lo stadio.

Il professionista torinese, intervistato da Radio Kiss Kiss su un eventuale ampliamento del centro tecnico di Castel Volturno di modo da poter ospitare anche le giovanili, ha prima glissato: “Lavori al centro sportivo? Vediamo, non so se sono capace”.

Poi ha sentenziato: “A Castel Volturno non deve cambiare niente, abbiamo fatto semplicemente una chiacchierata con il mio amico De Laurentiis per vedere le possibili migliorie che si possono fare”.

Non molte e, soprattutto, non molto costose, visto che appena due mesi fa il patron ha dichiarato: “A Castel Volturno ho investito 3 milioni negli ultimi sei mesi, sto ancora investendo e la struttura viaggia bene. Non c’è ragione per abbandonare il centro di Castel Volturno”.

Nel corso dello stesso intervento, De Laurentiis ha riferito di una visita al Kennedy, a margine della quale Ancelotti gli avrebbe detto che nemmeno il PSG ha tre campi della questa qualità di Castel Volturno. Quindi caso mai si torna tutti lì, basta costruire un ponticello e creare altri quattro campi più struttura per le giovanili.

LA CANTERA CATALANA

Tornando al 2011 e a quel trofeo Gamper, nei primi quattro posti del Pallone d’oro FIFA di quell’anno figuravano tre giocatori militanti nel Barcellona e cresciuti nella cantera della Masia, una struttura interamente concepita per i giovani atleti desiderosi di ripercorrere la carriera di Messi e Iniesta.

Innanzitutto andrebbe spiegato il concetto di Masia, che è una costruzione rurale tipica del territorio catalano. Quella in cui sorgeva lo storico centro di allenamenti dei giovani del Barcellona risale al 1702. Vista la poca distanza da quello che poi sarebbe diventato il Camp Nou, l’area fu adibita a sede per la cantera contestualmente all’inaugurazione dello stadio, nel 1957.

Proprio nel 2011 la vecchia sede è stata sostituita dalla Ciutat Esportiva Joan Gamper, ma la filosofia di fondo non cambia: vengono selezionati su tutto il territorio spagnolo ragazzini in grado in incarnare appieno lo stile calcistico e la mentalità che contraddistingue il Barcellona nel mondo.

Il termine cantera, d’altra parte, ha tra i suoi significati quello di “cava”, cioè un posto dove vengono estratte materie prime – come pietra e marmo – che sono poi utilizzate nel campo edilizio. Detta ancora meglio: capitale umano che serve a costruire qualcosa.

Il club catalano è un modello per tutti, questo lo sanno anche i muri, ma ciò che forse sfugge a De Laurentiis è che per essere un benchmark bisogna distinguersi per un elevato livello di spesa. Allora un po’ di numeri:

  • 68 milioni (di Euro), il costo totale per la costruzione e l’urbanizzazione della struttura;
  • 30 milioni (di Euro), la spesa annua per mantenerla in funzione, cioè oltre il 5% del fatturato;
  • 10 campi, di cui 5 in erba naturale, 4 in sintetico e uno specifico per la preparazione dei portieri;
  • 4000 metri quadrati di struttura adibita a college, dove i ragazzi possono studiare e svagarsi quando non sono chiamati a sudare sul campo;
  • 10 milioni (di Euro) di media all’anno, la cifra che la società incassa dalla vendita o valorizzazione dei suoi talenti in giro per il mondo.

IL NAPOLI NEL CONTESTO ITALIANO

Delle due una: o De Laurentiis non ha studiato abbastanza, oppure ha studiato e ci ha capito poco, perché il Napoli spende meno di un milione l’anno per l’intero comparto giovanile. Più che progetto verrebbe da chiamarlo sopravvivenza.

Se il riferimento al Barcellona può sembrare eccessivo, i dati provenienti dai bilanci delle altre di A non sono meno sconfortanti per il sodalizio partenopeo. Il calcio italiano, rispetto al recente passato, vive un periodo di maggior consapevolezza nei confronti della promozione dell’attività delle giovanili: oggi rappresenta un investimento e non un costo.

Passando ai numeri, la spesa complessiva delle le 20 di A si attesta intorno ai 110 milioni di Euro, vale a dire 5,5 milioni a testa di media.

Tra le eccellenze del nostro calcio ci sono la Juventus, che come il Barcellona ha destinato un intero centro, quello di Vinovo, ai ragazzi. Agnelli spende 10 milioni l’anno, al pari della Roma. Appena un gradino sotto troviamo il Milan a 8 milioni e l’Inter a 5.

Il Napoli, come detto, è tra le peggiori, con una spesa inferiore al milione. Se De Laurentiis fosse un soggetto sotto osservazione in uno studio di matematica applicata, questo sarebbe il classico caso di “gioco a somma zero”: non guadagna perché non spende.

Eppure, fatti i dovuti studi di fattibilità e constatato l’enorme valore aggiunto futuro che un investimento del genere apporterebbe alla causa del Napoli, da più parti (tra cui il giornalista Marco Bellinazzo) si legge che il “minimo sindacale” al fine di approntare una buona struttura per le giovanili si aggira intorno ai 30 milioni di Euro.

Un investimento inteso in questo senso è un valore aggiunto, come detto ma, nel caso del Napoli attuale, rischia a breve di diventare una necessità. Creare una struttura per le giovanili in un contesto economico aziendale tranquillo rappresenterebbe un fattore strategico nel medio lungo periodo.     

About author

Paolo Esposito è laureato in Economia Aziendale. Per lavoro si occupa di tax auditing con particolare attenzione al transfer pricing, al financial accounting e alle business restructuring. Tuttavia crede che di calcio sia meglio parlare in napoletano.