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Partenopeismi

Come eravamo

Oltre una certa soglia, è difficile quantificare con precisione quanto tempo sia passato da un determinato evento.

Solo dodici mesi fa, ad esempio, il Napoli si trovava agli albori di quella crisi che solo oggi viviamo nel pieno della sua implosione. Pare sia trascorso un secolo, eppure solo l’anno scorso l’umore dei tifosi viaggiava a latitudini ben diverse dalla depressione attuale.

Dovendo trovare un punto di non ritorno a capo di tutto ciò, non si può che arrivare a un nome: Marek Hamsik. L’ex azzurro ha letteralmente lasciato solo macerie dopo la sua partenza, e non si parla solo di eredità tecnica: il laconico slovacco, prima della sua partenza, era probabilmente il faro dello spogliatoio, prima che del centrocampo. Da ciò si spiegherebbe, dopo la partenza dell’altro leader Albiol, la storica unità del gruppo napoletano che mai aveva mostrato crepe simili. Almeno finché il centrocampista azzurro ne presenziava l’integrità.

È incredibile come la cessione di Marek abbia portato conseguenze catastrofiche per tutti: un allenatore esonerato per evidente mancanza di risultati, delle sensibili spaccatura all’interno dello spogliatoio e, cosa ben più grave, un Napoli che galleggia in posizioni di classifica meno che anonime, se non addirittura “rischiose” secondo i supporter più pessimisti; perché anche se il secondo tempo di Reggio Emilia potrebbe segnare un’inversione di rotta, è comunque un segnale troppo flebile per irradiare sicurezze.

Sul piano tattico, gli ultimi mesi di Hamsik in maglia azzurra sono trascorsi districandosi tra diverse panchine e l’assimilazione di un ruolo mai stato suo: quel mediano d’impostazione che, dopo Jorginho, non ha mai trovato un interprete all’altezza nello scacchiere partenopeo. Dopo la partenza dello slovacco, mai la società ha lasciato intravedere una volontà di investire in un ruolo che, a conti fatti, si è rivelato cruciale nelle prestazioni di quest’anno solare.

Alla luce del disordine tecnico attuale, una domanda sorge spontanea: perché si è deciso scientemente di non lavorare a un rimpiazzo dell’ormai ex capitano, soprattutto quando, proprio con lo stesso giocatore, si è palesato un equivoco tattico che sussiste tuttora a Napoli? Difficile individuare quanto la società sia stata inconsapevole di carenze tanto evidenti, così come non è chiaro in che misura l’ex Ancelotti avallasse tali strategie in nome del “quieto vivere”.

Il compito di Gattuso non è facile, lo si è visto anche ieri sera su un campo avverso anche al Napoli dei tempi migliori: almeno per quest’anno, bisogna prepararsi a soffrire in qualsiasi stadio, compreso quello di Fuorigrotta, dimenticando gli agi delle scorse stagioni. Nessuno può più permettersi di giocare al di sotto delle proprie possibilità, per cui in nome del bene comune passino pure i Fabian Ruiz in panchina. Con una formazione azzoppata nella zona nevralgica del campo, solo l’impegno e l’umiltà possono compensare le carenze tattiche e “salvare” una stagione già ampiamente compromessa.

L’augurio è che Ringhio mantenga la sua solita determinazione e lambisca le zone più nobili della classifica, anche se, a prescindere da lui, un interrogativo farà sempre capolino nella testa dei tifosi: si sarebbe arrivato a questo se si fosse semplicemente deciso di far rimanere Marek Hamsik?

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Aspirante scrittore, ossessionato dal cinema, dal Napoli e dalla lettura. Precario emigrante in virtù dell’affitto da pagare.
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