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La “vera” storia di quel Napoli-Milan, un Pantheon da preservare

 “Se sono ancora convinto? Lo sanno tutti che fu così. Ma nessuno ha mai avuto il coraggio di dirlo. Prima la sceneggiata di Bergamo, con la moneta in testa ad Alemao e il massaggiatore del Napoli che gli dice di simulare un trauma. Poi la nostra sconfitta a Verona. Una imboscata, con un arbitro come Lo Bello che fece di tutto per farci perdere e fischiò in maniera scandalosaUn lavoro fatto bene dal sistema del calcio italiano. Da chi aveva interesse a mandare due squadre in Coppa dei Campioni. Tutti sapevamo che eravamo favoriti per rivincere, aggiungere un’altra squadra conveniva a tutti. Fu una vera porcheria“.

Le parole di Marco Van Basten hanno fatto il giro del globo, riecheggiano nell’universo del football di casa nostra e rimbombano con fragore in una città avviluppata sull’ ansiosa rincorsa della squadra di Rino Gattuso per un posto al sole, una città che, però, non ama dimenticare se ha amato davvero.

Quelle frasi ci riportano alla mente ricordi e sensazioni, fatti lontani nel tempo, in quell’iperuranio di sentimenti serbato gelosamente in ogni cuore azzurro, stuzzicando l’orgoglio della grandeur di un tempo andato, ma mai svanito del tutto. Si, perché per un napoletano vedere “sporcata” l’effigie maradoniana con le grandi conquiste ad essa correlate è quasi un affronto personale, qualcosa di intimo e di caro che non va intaccato.

Il Napoli del 1989/90, stagione che cucì per la seconda volta il tricolore sul petto di quelle maglie di un azzurro intenso e bellissimo, fu un Napoli bruttino nel gioco espresso, una squadra che sembrava stentare e barcollare e che, però, riusciva sempre a venire a capo della partite, vincendo con regolarità e concretezza. Era il Napoli che l’anno prima aveva spadroneggiato in Europa ed alzato la Coppa Uefa a Stoccarda, ma che aveva ricominciato la stagione con la “grana” Maradona. L’argentino era tornato in ritardo dall’Argentina in mezzo al risentimento popolare della città che, come sempre, si era spaccata in due partiti, quelli che gli perdonavano tutto e quelli che gli puntavano i il dito addosso, un difetto mai del tutto corretto, ne siamo tuttora testimoni.

Eppure Van Basten, con le sue parole, ha gettato fango sulla memoria storica di quella stagione, sulla sua fulgida bellezza e sull’epos di quello scontro tra Titani che erano rossoneri e azzurri: il Milan dei Tulipani sospinto nel gotha del calcio mondiale dalla filosofia “sacchiana” e il Napoli dei sudamericani, squadra spaziale che pure si sorreggeva sulle spalle di Diego e dipendeva sfacciatamente dal tracciato ondivago del suo campione argentino.

Non voglio tornare sulla diatriba dello scudetto “rubato”, sarebbe solo un esercizio accademico, perché tutti ricordano il gol-fantasma di Marronaro in Bologna-Milan e, se la matematica non è un’opinione, quello scudetto il Napoli lo avrebbe vinto comunque. Come è acclarato che la regola dello 0-2 a tavolino previsto per il lancio di oggetti sui campi fosse una norma usuale a quei tempi, tante volta utilizzata proprio in quella stagione ed anche in altri campionati. Nulla quaestio, inutile replicare nella sostanza.

A me le parole di Van Basten danno lo spunto, invece, per sfruculiare i ricordi, le sensazioni, le emozioni che l’animo ancora puro di un ragazzino imberbe provarono in quella stagione finita in gloria per noi, restituendo alla bacheca del Napoli uno scudetto perso due anni prima. Uno scudetto sofferto, sudato e per quello ancora più bello. Un campionato che il Napoli aveva quasi perso, sensazione che si manifestò in tutta la sua dirompenza dopo la sfortunata sconfitta a Marassi con la Samp, dove un Napoli in quella occasione bello da vedere si lasciò fermare da pali e traverse, perdendo la partita (1-2). Sono ancora vivide e forti le sensazioni di paura e panico, con i fantasmi che tornarono a farsi vedere dopo quel terribile Primo Maggio, con lo scudetto vinto e poi perso clamorosamente al San Paolo.

Quella stessa domenica di Marassi, il Milan perse malamente il derby (1-3) e quella fu la seconda sconfitta consecutiva dopo il perentorio 0-3 patito una settimana prima con la Juventus di Schillaci, segno che il Milan dei marziani aveva segnato il passo, o per lo meno aveva iniziato a farlo, perché quella stagione logorante ad inseguire il Grande Slam (così lo chiamavamo il triplète all’epoca) iniziava a logorare i muscoli e ad usurare i nervi.

Nelle successive gare un Maradona che iniziava a sentire odore di Mondiali prendeva per mano la truppa di Bigon, portandola ai successi con Juventus (folgorante e memorabile la doppietta di Diego a Tacconi), Bari e Bologna e in mezzo i fatti di Bergamo ed il Milan “graziato” a Bologna, dove non andava oltre lo 0-0. Il Napoli vinse il tricolore con merito, il Milan finì coi nervi a fior di pelle al Bentegodi dove il “Fatal Verona” e tre espulsioni rossonere sancirono la disfatta. I rossoneri persero anche la finale di Coppa Italia, ma vinsero la Coppa Campioni e tanti saluti al Grande Slam.

Il Napoli dei sudamericani, di Crippa e De Napoli, Ferrara e Carnevale era classe ed improvvisazione, genio e fantasia prestate al prato verde. Il Milan di Gullit, Van Basten e Rijkaard, invece, era un laboratorio di calcio, scienza applicata al campo, metodo di allenamento ed organizzazione all’avanguardia per un calcio antico che iniziava a segnare il passo. Napoli e Milan, come simulacri di due mondi opposti, lo scontro tra due epoche: gli azzurri come ultimo vessillo del calcio Anni Ottanta che stava per cedere il testimone alla modernità, al nuovo football del turn-over e del tiki-taka, delle rose lunghe e dell’atletismo come elemento imprescindibile.

L’estemporaneità e la genialità di un gesto tecnico, isolato, lampo nel buio e arte da strada contro l’esercizio morboso e l’allenamento tecnico, il metodo e la tecnologia. Il Napoli era Rocky Balboa, il Milan Ivan Drago.

Questo è lo storyboard del duello titanico tra Napoli e Milan, un racconto poetico inaugurato anni prima con la splendida rimonta dei rossoneri ed il crollo inatteso del Napoli e rinvigorito nella sua epica proprio in quella stagione rievocata da Van Basten.

A Marco dico che le sue parole hanno scomodato i Giganti, quel Pantheon di cui lui stesso ha fatto parte a buon titolo, profanando la sacralità di un’epica che non andrebbe nemmeno sfiorata, semmai accarezzata e coccolata. Van Basten ha disonorato un ricordo prezioso, perché quel Napoli fu solo più forte e lucido nel momento clou, mentre il suo Milan rimase schiacciato dalle sue stesse ambiziose velleità.

Mi piace pensare che quella del Napoli è stata l’ultima vittoria di una squadra di calcio grande nella sua semplicità e nella sua impronta antica, il trionfo di calciatori e non di atleti, di imperfetti e sgraziati giocatori di pallone e non di adoni atletici dalle performance “boltiane”.

Lo scudetto 89/90 al Napoli per me rimane romanticismo puro, perché è stato l’ultimo sussulto del calcio che fu: di lì a poco sarebbe arrivato un altro calcio e si sarebbe inaugurata una nuova Era. Cambiava il mondo, cambiava il calcio, cambiavano le nostre vite. Ecco perché la storia resta un tesoro inestimabile da custodire con grazia ed ecco perché andrebbe sempre raccontata con responsabilità e giustizia.

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Francesco Romano è laureato ed ha un master in comunicazione e marketing. Ama scrivere, lavora presso Mediaset.
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