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Quanto eri dannoso?

Ci siamo mai chiesti quanto difficile possa essere stato per Lozano arrivare in questa città e trovare su quella fascia una icona come Josè Maria Callejon? In quel momento nessuno avrebbe immaginato di rinunciare alla sagacia tattica dello spagnolo, ai suoi tagli, alla sua intesa con il dirimpettaio Lorenzo Insigne. E allora, perché mai avrebbe dovuto pensarlo lui?

Hirving ha patito l’impatto. Ha visto poco spazio per lui. Ha provato a guardarsi intorno, ha gettato lo sguardo sulla fascia opposta e al centro dell’attacco ma ha letto altri nomi pesanti: Insigne, Mertens. Si sarà chiesto quale fosse il posto per lui, poi lo ha capito: in panchina.

E non poteva essere che così, almeno per uno come lui. Infatti, non vuol dire che il messicano non abbia avuto colpe. Si è trasformato troppo repentinamente nell’alunno svogliato che non si sente all’altezza degli altri.

Abbiamo deciso di scrivere di lui dopo una prestazione opaca. Il Lozano in versione Caravaggio – più ombre che luci quelle mostrate ieri – non merita la bocciatura appena dopo l’esaltazione.

Calma, ci vuole calma. Su Hirving ci si deve lavorare e tanto. Gattuso lo ha sotto osservazione da mesi ormai, ne ha gestito umori e apprendimento tattico nel migliore dei modi.

Di sicuro non ci troviamo dinanzi al clone di Ibrahimovic che, dall’alto dai suoi 195 centimetri e dei suoi 39 anni scende in campo e trasforma il Milan. Se vi aspettate questo dal messicano vi conviene cambiare canale.

Ma abbiamo anche un’altra certezza, anch’essa poco piacevole: non ci troviamo nemmeno dinanzi ad un ragazzo forte, dalla scorza dura, dalla pelle di ciuccio. Hirving è un ragazzo sensibile che ha bisogno di certezze per dare il meglio di sé. Siamo dinanzi ad un limite, certo, e pure grande.

Ma forse è un limite molto diffuso, in fondo, ad esclusione di qualche mostro sacro, ognuno di noi ha bisogno di certezze per esprimersi al meglio.

E allora aspettiamo, aspettiamo ancora.

Contro il Benevento le sue caratteristiche, nel bene e nel male, si sono mostrate senza veli. Nella prima mezz’ora fatta di passaggini e passaggetti a basso ritmo lui è sembrato il più vivace, il più intraprendente, uno dei pochi ad avere una marcia in più, almeno dal punto di vista dinamico. Quello su cui davvero bisogna lavorare tanto è la cattiveria agonistica.

Spesso dà l’impressione di essere uno di quelli che fanno la voce grossa e poi dinanzi ad un urlo se ne scappano a gambe levate.

Velocità ne ha da vendere. Capacità di superare l’avversario e creare superiorità numerica, anche. Deve imparare ad essere incisivo, deve imparare a timbrare il cartellino della partita, non solo segnando ma anche (o forse soprattutto) risultando decisivo. Solo così riuscirà definitivamente a fare il salto di qualità che tutti si aspettano.

Solo così riuscirà ad entrare nel cuore dei napoletani come è riuscito a fare Josè Maria Callejon, lo spagnolo che ha insegnato a tutti come ci si cuce addosso una squadra, come si diventi imprescindibile al punto da tarpare le ali alle aspiranti nuove leve, come si faccia a scrivere una storia bellissima lasciando la penna tra le mani del club di appartenenza per redigere l’ultimo rigo.

Un club – quello azzurro – che, consapevole di aver fatto la scelta giusta, ha visto ieri pomeriggio al franchi di Firenze la sua controfigura.

About author

Guido Gaglione è docente di arte e immagine, operatore di ripresa e giornalista pubblicista dal 2015.
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