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Coach

Pensavate lo fossi ma non lo sono

L’allenatore burbero e incazzoso, quello che appende alle pareti i propri calciatori a prescindere da tutto e tutti, quello che pretende avendo spenta la luce sulle esigenze altrui, quello che stressa come un martello pneumatico, quello che ha plasmato le convinzioni di tutti noi, non esiste.

Il post-gara con il Crotone ci ha regalato una confessione fiume di Gattuso che sorprende per la qualità dei contenuti. Attenzione, non vogliamo dire che Gennaro Gattuso non fosse capace di esprimerne. Stiamo dicendo che, di solito, si consegnano alle telecamere interviste impacchettate vuote di ogni significativo contenuto.

Una volta tanto, dinanzi ai microfoni non si dicono banalità. Almeno questo, anche i più duri detrattori, a Rino, devono riconoscerlo.

Ci siamo davvero divertiti ad ascoltarlo. Sarà che lo scenario è stato quello della terra natia, chissà. Fatto sta che Gennaro si confessa e prende a martellate sè stesso.

Ci consegna una scultura distrutta. E’ stato lo stesso Gennaro Gattuso a demolire la statua che rappresentava se stesso nell’immaginario comune.

Uno stimato collega, sicuramente spinto anche da un inconscio tentativo di decorare la domanda con delle lusinghe, nell’immediato post-gara calabrese chiede al tecnico azzurro se gli sarebbe piaciuto allenare calciatori come Gattuso.

“Non voglio giocatori che assomigliano a me, voglio una squadra quando si scende in campo. Se ci sono giocatori che mi assomigliano non li faccio giocare perché vado alla ricerca di un gioco diverso. Non ero capace di fare un gioco come quello che chiedo io oggi. Sono orgoglioso di quello che ho fatto, però il calcio è cambiato, si va a cercare superiorità numerica nel palleggio”.

Risposta spiazzante, intrigante e, per chi ha posto la domanda, anche imbarazzante. Gattuso ci apre uno squarcio importante sulla sua gestione, ma non solo. Ci dice anche che è un uomo intelligente che si accorge dei cambiamenti cui ci espone la vita. Il suo calcio da atleta non è lo stesso calcio dinanzi al quale si trova adesso.

I cagnacci feroci precari nella tecnica oggi avrebbero faticato. Lui, avrebbe faticato.

Al di là delle mere disquisizioni tattiche, emerge il profilo di un allenatore interessante, quello di un attento osservatore che cerca di agire in maniera strategica per ottenere il massimo dai suoi calciatori.

Il rude e istintivo trainer che appende al muro gli atleti indisciplinati è esistito solo nel nostro immaginario.

“Ai mei tempi c’erano i telefoni, ma erano meno tecnologici. Adesso stanno sempre con i telefonini in mano. Specialmente noi allenatori dobbiamo capire in che mondo viviamo, come per i figli. Se voglio educare i miei figli come mi ha educato mio padre faccio un errore”.

Il faro acceso sullo scarto generazionale è straordinario. Capire il mondo, comprenderne le dinamiche, vuol dire comprendere chi lo vive. Noi crediamo che questo aspetto, ancor prima delle competenze specifiche della disciplina calcio, siano di prioritaria importanza affinchè in uno spogliatoio le idee di un tecnico possano far breccia nell’animo e nelle menti dei calciatori.

“A me non piace la musica negli spogliatoi, ma bisogna accettarlo. Noi andavamo alla ricerca di più concentrazione, oggi non puoi essere troppo martello su questo”.

Quest’ultima dichiarazione, oltre ad avallare con maggiore forza i concetti espressi precedentemente, pone l’accento su una problematica importante di cui, forse più delle altre di testa, soffre il Napoli: Gattuso afferma che i suoi ragazzi peccano spesso di concentrazione e aggiunge che chi li gestisce non ha nemmeno modo di pretendere un atteggiamento diverso.

In altre parole, i calciatori moderni sono più superficiali, meno concentrati, più distratti. Ma se l’allenatore pretende maggiore impegno rischia di essere mandato a quel paese.

Preoccupante. La superficialità è una scala, con un solo gradino.

About author

Guido Gaglione è docente di arte e immagine, operatore di ripresa e giornalista pubblicista dal 2015.
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