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Il profeta che non c’è

Nell’ordine: Ventura, Reja, Donadoni, Mazzarri, Benitez, Sarri, Ancelotti, Gattuso.

Otto allenatori in lunghi diciassette anni. Possiamo affermare senza timore di smentita che ad Aurelio De Laurentiis non piace cambiare allenatore. Risponde al vero la sua volontà di fidelizzare con una figura di riferimento e tenerla legata alla causa.

A proposito di cause, sono state proprio quelle di forza maggiore a costringerlo – quando è avvenuto – a cambiare la guida tecnica.

Proviamo ad attribuire ad ognuno di essi un sostantivo.

Ventura: l’avviatore. Reja: il papà. Donadoni: la meteora. Mazzarri: il carattere. Benitez: la svolta. Sarri: lo spettacolo. Ancelotti: la delusione. Gattuso: l’incognita.

Ma, al di là di ciò chi, tra tutti coloro che hanno fatto parte di questa famiglia, è davvero riuscito a dare qualcosa in più?

Quello che balza subito alla mente è Maurizio Sarri.

Diciamoci la verità, in quel periodo eravamo tutti estasiati. Che giocattolino perfetto, quel Napoli. Tutto merito del suo tecnico? Sembrava di si.

Ma, forse, non era propriamente così. Il comandante – così era definito – prima di giungere all’ombra del Vesuvio non aveva lasciato traccia indelebile del suo lavoro in altre piazze. A Napoli arrivò come una scommessa. Ed anche il post-Napoli che lo ha catapultato per la sua gioia nel calcio che conta (soddisfando finalmente quelle che erano le sue aspettative personali), non hanno confermato un bel niente: deludenti, titoli a parte, sia l’esperienza juventina che quella londinese.

Ma allora il comandante, l’innovatore, il genio della panchina è esistito o no?

Decisamente no. Nessuna alchimia ha innescato un processo di trasmutabilità tattica in quel periodo.

Il Napoli divenne una macchina perfetta perché si galvanizzò per una serie di risultati positivi inanellati uno dietro l’altro (la stessa cosa che sta succedendo al Milan quest’anno) e, cosa di non poco conto, ha goduto della ferocia e della capacità realizzativa di uno degli attaccanti più forti al mondo degli ultimi dieci anni: Gonzalo Higuain.

Se fossimo costretti a dimenticare il Napoli di Sarri penseremmo a quello di Mazzarri. Ci siamo spostati di parecchio, siamo agli antipodi.

Siamo obbligati ad archiviare quella fitta rete di interminabili passaggi che ci portava a rete con disinvoltura per arrampicarci ai ricordi delle sgroppate in contropiede capitanate da un Lavezzi in formato scheggia impazzita, della straordinaria capacità realizzativa di un certo Edinson Cavani e della silenziosa ma fondamentale presenza di Marek Hamsik.

Non era il gioco ad estasiarci ma quella capacità di saper soffrire. Forse, quello, è stato il Napoli più napoletano della gestione De Laurentiis, il più cazzuto, quello che al suo interno aveva più scugnizzi, più gente capace di fregarsene del parere della piazza, meno timorosa, più strafottente.

Stiamo cercando di dire che i Napoli che hanno saputo reggere meglio degli altri la pressione che esercita questa piazza ha avuto due alleati imprescindibili: l’inarrestabile enfasi dei risultati o la tempra caratteriale.

Quando il Napoli non ha avuto né l’una né l’altra ha vivacchiato, è riuscito a rimanere nel novero delle grandi perché la società, nel corso degli anni, è indubbiamente stata capace di elevare il tasso tecnico della squadra, non quello caratteriale, non quello che nei momenti di difficoltà è capace di reagire.

Sono state le parole di Lorenzo Insigne ad indurci a queste riflessioni:

“Conoscendo anche altri ragazzi (i compagni di squadra), che sono anche giovani e leggono tante cose, tutto questo può influire…”

Cosa ci ha voluto dire, Lorenzo? Che questa squadra ha bisogno di gente navigata capace di reggere le pressioni?

Che la società ascolti la voce autorevole dello spogliatoio piuttosto che farsi a sua volta condizionare dall’ambiente e rischiare di fare collezione inutile di allenatori.

About author

Guido Gaglione è docente di arte e immagine, operatore di ripresa e giornalista pubblicista dal 2015.
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