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L’addio che insegna

Bello, bellissimo, emozionante.

Oggi hai raccolto solo applausi, bandiere sventolanti e occhi lucidi.

Ma li hai raccolti dallo stesso pubblico nel corso di un decennio ti ha anche aspramente criticato e fischiato inducendoti, anche, a reazioni rabbiose e stizzite.

Mentre i nostri occhi erano persi nell’ovazione che ti è stata dedicata ci è venuto in mente il clima ostile che, talvolta, hai dovuto subire nello stesso stadio che, oggi, ti ha omaggiato e osannato.

Un amore immenso oggi, tracce di insensibilità e contestazione nel passato.

Un ossimoro indigesto, a tratti incomprensibile, forse bigotto.

Per evitarlo, sarebbe bastato percepirti come una persona normale e non come un eroe senza nei;

sarebbe bastato viverti come un essere fallibile e non come un imperatore romano a cui non perdonare errori.

A questa squadra hai dato l’anima, sempre.

Non ti sei mai risparmiato, non hai mai tirato la gamba, nemmeno negli ultimi mesi con un contratto milionario già firmato con un’altra squadra.

Hai dato cuore e sentimento. Hai gioito come nessun altro quando hai vinto, ha sofferto più di tutti quando hai perso.

Hai dato napoletanità a questo gruppo. Un timbro che non è stato certamente l’esaltazione dello stile sopraffino. Ma è stato il tuo marchio di fabbrica che può essere piaciuto a qualcuno, meno ad altri ma, di certo, è stato un modo di essere che ha coinvolto e coeso.

Hai dato personalità. Perché scendere in campo oggi non era facile.

L’hai data al gruppo squadra che ha sempre vissuto sotto la luce del tuo sorriso, della tua goliardia, della tua serenità, dei tuoi incoraggiamenti.

E l’hai avuta anche quando hai avuto il coraggio di abbandonare la tua città, i tuoi affetti, le tue abitudini, quelle dei tuoi figli, la quotidianità della tua famiglia e le frequentazioni amicali per raggiungere l’altra parte del mondo.

E non veniteci a raccontare balle pensando sia stato facile pensando ai milioni che guadagnerai. Quando soffre il cuore i soldi non cuciono ferite.

Hai anche sbagliato.

Lo hai fatto quando ti sei fatto prendere dall’istinto e non sei riuscito a salvaguardare gli interessi di squadra;

quando hai fallito in qualche momento decisivo;

quando hai sbagliato qualche prestazione o qualche calcio di rigore.

Ma chi ti giudica per questo sbaglia.

Chi ti ha giudicato per questo ha sbagliato.

Sarebbe stato forse più proficuo per te (e anche per noi) sciorinare il tuo talento in una piazza capace di accettare i tuoi limiti e i tuoi errori, piuttosto che puntarti il dito contro alla prima occasione.

Magari saresti riuscito ad andare anche oltre i prestigiosi traguardi che hai comunque raggiunto. Chissà.

Ma puoi essere felice per come è andata a finire la tua storia napoletana.

Non hai vinto ciò a cui tenevi quanto tutti noi ma sei riuscito a battere record e, soprattutto, ad andar via ricevendo gli applausi della tua gente che, un domani, sarà pronta a riabbracciare te e la tua famiglia.

Buona fortuna, Lorè.

La tua storia napoletana ci ha insegnato che gli estremismi sono sempre un errore.

I beniamini, quelli che per i tifosi sono degli eroi, quelli che indossano la casacca azzurra o siedono sulla panchina partenopea, non sono perfetti, non lo sono mai stati e non lo saranno mai.

E dobbiamo essere noi ad imparare ad amarli senza criticarli. Dobbiamo essere noi ad accettare i loro limiti e i loro difetti.

Dobbiamo essere noi a non dare importanza eccessiva a litigi, alle incomprensioni, alle discussioni, alle divergenze che, in qualsiasi gruppo di lavoro, vanno lette per quelle che sono: dinamiche normali.

Impariamo ad esaltarci per una magia e a perdonare per una cazzata.

Teniamolo bene a mente.

Soprattutto quando si tratterà di porci nei confronti di chi, in questa piazza, a differenza di Lorenzo, ci rimarrà.

About author

Guido Gaglione è docente di arte e immagine, operatore di ripresa e giornalista pubblicista dal 2015.
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